Le cose intelligibili e divine, anche se, per la loro sostanza, sono le più chiare (phanòtata), per la caligine corporea che ci sta intorno, ci sembrano tenebrose e oscure, sicché fu giustamente chiamata sapienza (sophìa) la scienza che porta alla luce (phòs) quelle cose.
(Filopono, In Nicom. Isagogen, I I - Aristotele, De phil. fr. 8 Ross-)
I Greci ebbero una vocazione visiva. Privilegiando la vista sopra gli altri sensi, perseguirono in campo artistico, scientifico e filosofico la costruzione di un ponte metaforico tra capacità visiva (con tutte le articolazioni del campo semantico di 'luce', 'sole', 'occhio'...) e capacità intellettiva.
Le cavalle che conducono il protagonista del poema Sulla Natura di
Parmenide lontano dalla dimora della Notte, verso la luce, sono ìppoi
polyphrastoi, aggettivo che deriva dal verbo phrazô che al medio
indica "pensare", "possedere senno e conoscenza". Lo troviamo già nell'Odissea
(XVII.
161), quando Teoclimeno annuncia a Penelope di aver saputo dell'imminente
ritorno di Ulisse attraverso un presagio appreso (ephrasàmen) da
un uccello mentre si trovava in mare - cioè dopo averlo visto -, oppure nelle
parole di Euriclea che ha riconosciuto il suo re per aver visto la cicatrice
(oulèn [...] ten phrasàmen) lasciatagli da un cinghiale (XXXIII, 75).
Nell'Iliade (XXIII, 450), infine, viene esplicitamente usato nell'accezione di
'vedere':
Intanto gli Argivi seduti in cerchio osservavano i cavalli, che per la pianura volavano alzando la polvere. Per primo Idomeneo, re dei Cretesi vide (ephrasath' ippous) i cavalli: sedeva fuori del cerchio, ben alto in vedetta, e sentendo couli che incitava, quantunque lontano, lo riconobbe, vide (phràssato) il cavallo di testa, ben conoscibile, ch'era rossastro nel resto, ma sulla fronte aveva un segno bianco, tondo come la luna.
Scorrendo ulteriormente il testo parmenideo entriamo pienamente nella doppia polarità luce-conoscenza / buio-ignoranza, quando le fanciulle, introducendo il passeggero attraverso la porta che apre i sentieri della Notte e del Giorno, si scostano il velo dal capo, richiamando in questo modo un'affinità con l'etimo di alètheia: non-nascondimento, dis-velamento, ciò che viene sottratto all'oblio della lèthe, la dimenticanza. Memoria è infatti l'altra parola chiave che nel pensiero greco trova posto accanto a verità e luce. Negli scritti di Platone risiede, però, la codifica della svolta, l'atto di nascita di quella metafisica della luce che pregiudicherà irreversibilmente il pensiero scientifico ed etico dell'Occidente.
È divenuto ormai luogo comune affermare che dai Greci in poi in filosofia nulla è stato inventato. Ludwig Wittgenstein riportava questo moderno endoxon quando annotava, nel 1931:
Si sente di continuo ripetere l'osservazione che la filosofia non fa mai un vero progresso, che ancora ci occupiamo degli stessi problemi filosofici di cui già si occupavano i greci. [...] Leggo: “... philosophers are no near to the meaning of 'Reality' than Plato got... ”. Che strana situazione. Sconcertante che Platone sia comunque riuscito a spingersi così lontano! O anche che noi non siamo riusciti a spingerci oltre! È stato forse perché Platone era così bravo?
(Pensieri diversi, trad. it. Milano 1980, pp. 40-41)