Una delle peculiarità del pensiero greco, all'origine del termine filosofia, è la
dicotomia irriducibile tra sapienza umana (philo-sophia) e sapienza divina (sophia).
Il poeta, nell'accingersi a rammentare ciò che è stato, chiede aiuto alle
Muse, figlie di Mnemosyne, le dee ispiratrici che tutto conoscono, senza
lacune:
Ditemi adesso, o Muse, che abitate l'Olimpo - voi, dee, voi che siete sempre presenti, tutto sapete [istè te pànta], noi la fama ascoltiamo, ma nulla vedemmo - quali erano i capi e i guidatori dei Danai [...]
(Iliade, II 484-87)
Ti dirò apertamente, chiunque tu sia tra le dee, che io non sono impedito di mia volontà: ma devo avere offeso gli dèi, che hanno il vasto cielo. Ma tu dimmi (gli dèi sanno tutto [panta isasin] quale immortale mi inceppa [...] (Odissea, IV 379-383)
Sapienti (sophoi) erano considerati, in epoca pre-logica, indovini
e poeti che, in uno stato di entusiasmo (en-theos = con il dio-dentro), posseduti da un dio, comunicavano una verità ultra-umana,
che non poteva essere originaria di una mente mortale.
Hans Blumenberg, in
proposito, scrive: «Che un comportamento incomprensibile possa essere il sintomo
della presenza visibile di un dio e che anzi debba esserlo, quanto più la sua
stravaganza si avvicina alla follia, era un fatto noto non soltanto ai Greci,
ai quali Omero rammentava incessantemente come ad un uomo possa manifestarsi solo il dio che
altri non vedono» (Blumenberg 1988, p. 12).
Dunque, mentre l'uomo - e con esso le cose umane - è soggetto al tempo e alla
corruzione secondo i ritmi di nascita, crescita, declino e morte, la natura
delle cose divine enunciate dal poeta prescinde da ciò, permettendo
l'accesso a quei luoghi della dimensione temporale precluse agli uomini. La formula
omerica che definisce Calcante è, al riguardo, esplicita:
[...] il più famoso tra gli indovini. Lui conosceva passato, presente e futuro e con la sua arte profetica - dono di Apollo - aveva guidato fino a Ilio le navi dei Danai.
Come sottolinea J.-P. Vernant, al contrario dell'indovino, il poeta si occupa
in prevalenza del passato, ma non di un passato suo, individuale, né di un
passato generale, ma del tempo antico: l'età eroica o, addirittura, l'età originaria.
Proprio perché posseduto dal dio, di questo tempo egli ha esperienza diretta
e im-mediata. È come se fosse presente al passato: «L'organizzazione temporale
del suo racconto non fa altro che riprodurre la serie degli avvenimenti, ai
quali in qualche modo egli assiste, nell'ordine stesso in cui si succedono
partendo dalla loro origine».
La Verità che le figlie di Mnemosyne insegnano a Esiodo è il racconto dell'origine,
esso comincia ex arches. La verità (a-letheia) è, dunque, la conoscenza delle
cause, è presenza, visione im-mediata e ricordo di esse. Per i mortali l'unico
accesso a essa è rappresentato dalla tradizione dell'insegnamento poetico dell'aedo.
Premesso questo, patrimonio di fondo comune ai Greci delle diverse età antiche, è possibile individuare due tendenze differenti nel considerare il concetto di verità: