Davide Zanichelli - LO SGUARDO NEGATO - Luce e verità nel pensiero greco antico

VERITÀ LOGICA

Nel libro XXIV dell'Iliade Hermes, assunte le spoglie dello scudiero di Achille, si presenta al vecchio Priamo mentre questi si dirige verso il campo acheo per riscattare il corpo del figlio Ettore, ucciso dodici giorni prima. Nel dialogo meritano attenzione due passi:

- A -

[Hermes] [...] Tu non sei giovane, vecchio è costui che ti segue, non può respingere un uomo, quando per primo ti provochi. […]
[Priamo] Ah la cosa è così, figlio caro, come tu dici [...]

e ancora

- B -

[Priamo] Se tu sei veramente lo scudiero di Achille figlio di Peleo, dimmi allora tutta la verità

Con (A) - una prima enunciazione implicita della definizione della verità come corrispondenza che ritroveremo anche in Aristotele - incontriamo una formula di assenso che spiega cosa significa dire la verità: esiste uno stato di cose (la vecchiaia di Priamo e del suo accompagnatore) e una proposizione che lo afferma; la relazione semantica che lega il primo alla seconda (così come) determina il valore di verità della proposizione. Una proposizione, dunque, è vera se i fatti sono come essa dice che sono, o se non sono come essa dice che non sono, falsa negli altri casi. Possiamo, infatti, mutare la forma di (A), da ipotattica a paratattica, ottenendo: «Le cose sono così e x dice che sono così. Dunque x dice la verità» ovvero, secondo la notazione logica:

P Ù Dxp (es: La neve è bianca e Socrate dice che la neve è bianca ® la frase «La neve è bianca» è vera)

Vere sono le proposizioni, non gli stati di cose, neutri nel loro sussistere o non sussistere secondo determinate relazioni, come ancora Aristotele conferma.

Con (B) cogliamo altri due caratteri del concetto di verità in Omero. La protasi è fondamentale: affinché Priamo possa ricevere un'informazione vera riguardo a Ettore, è necessario che lo sconosciuto che gli si è presentato davanti sia veramente (e qui si tratta di un altro genere di verità, che non rigurda più la relazione semantica, ma l'identità personale, l'essere) lo scudiero di Achille, cioè che sia stato presente ai fatti e che li ricordi, nella loro completezza («tutta la verità»), senza lacune. Il problema è quello di ricordare e il testimone oculare è quello che meglio di tutti è depositario della verità.

Priamo implora Achille

Molto esplicito su léthe (oblio, dimenticanza) e alétheia è il passo del libro XXIII dell'Iliade, in cui Achille, organizzando un gara durante i giochi in onore di Patroclo ucciso, «inviò il divino Fenice, compagno d'arme del padre, perché tenesse a mente la corsa e riferisse la verità».

Dire la verità significa riferire qualcosa che si è visto nella sua completezza. Tre sono, quindi, le componenti della formula omerica della verità:

La conclusione è che la verità, tanto in (A) come in (B), è qualcosa che si dice. Chiamiamo, questa, concezione logica della verità, dove non c'è verità senza parole.

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