Ventotto secoli dopo Omero, Heidegger ha creduto di individuare il senso originario di 'verità' nell'etimo di alétheia: non-nascondimento, ovvero il dis-velamento dell'essere nell'ente. Poiché un ente si manifesta solo se accade nell'essere, la compagnia dell'essere è, a un tempo, ciò per cui l'ente è e ciò per cui l'ente si manifesta. In alétheia «verità ed essere coincidono, nel senso che ciò per cui l'essere è, è ciò per cui l'essere è vero (si manifesta), o che è lo stesso: ciò per cui l'essere toglie ciò che lo nega (il nulla) è ciò per cui l'essere toglie ciò che lo occulta. [...] In questo contesto l'uomo non è colui che svela l'essere, ma colui che si abbandona allo svelamento dell'essere; lo svelamento dell'essere è per l'uomo un dono dell'essere, il dono della sua presenza, dinanzi alla quale, all'uomo non resta che aprire gli occhi e vedere [...] l'unico concetto adeguato di verità è quello di "vedere ciò che si svela"» (Galimebrti 1973; XIII-XIV).
Il verbo éidon (da cui il platonico idea) conserva questo
evento: so ciò che ho visto, ciò che si è svelato
dinanazi a me. I destini escatologici delle anime, secondo Platone, dipendono
da quanto si è contemplato delle Forme (idee) che sono nell'Iperuranio,
dove risiede «l'essere che realmente è, senza colore, privo di
figura e non visibile, e che può essere contemplato solo dalla guida
dell'anima, ossia dall'intelletto, e intorno a lui verte ogni conoscenza vera»
(Platone, Fedro, 247 C).
In questo caso ci troviamo di fronte a una seconda maniera di intendere la
verità, completamente differente rispetto a quella omerica.
Chiamiamo, questa, concezione ontologica della verità, dove si tratta
dell'essere delle cose nella loro semplicità pura.
Le
formule di verità che incontriamo nell'allegoria della caverna mostrano
chiaramente la differenza tra la concezione della verità omerica e
quella platonica.
La vicenda del prigioniero è nota: incatenato nel fondo di una caverna
con le spalle rivolte all'apertura luminosa e senza possibilità di
girarsi, egli vede fin dalla nascita solo le ombre - generate da un fuoco
officinale - degli attrezzi di ogni genere e delle statue che alcuni uomini
proiettano su un muro che si trova di fronte a lui. Naturalmente, in queste
condizioni, crederà che le ombre siano le cose reali. Una volta liberatosi,
accecato dalla luce diretta della fonte, sarebbe in difficoltà nello
stabilire che cosa, tra gli oggetti e le loro ombre, sia «più
vero», nonostante i primi abbiano «più essere»delle
seconde. La stessa cosa gli capiterebbe se, uscito dalla caverna, si trovasse
a contemplare le cose stesse alla luce, non artificiale e più intensa
ancora (e più vera), del sole.
Troviamo, nel brano, due passi in cui la verità è riferita alle cose e non, come nel caso omerico, alle parole.
[...] se uno gli dicesse che mentre prima vedeva solo vane ombre, ora, invece, essendo più vicino alla realtà e rivolto a cose che hanno più essere, vede più rettamente [...]
Non credi che egli si troverebbe in dubbio e che riterrebbe le cose che prima vedeva più vere di quelle che gli si mostrano ora? (Platone, Repubblica, VII 515 D.)
Le possiamo intendere come due proposizioni comparative del seguente tipo:
(C) x è più essente/reale di y
(D) x è più vero di y
Mentre A e B attestano una la verità logica che non ammette gradi, secondo il principio del terzo escluso, C e D sostengono l'esistenza di cose più o meno vere di altre e l'ascesa fisica del prigioniero verso la luce vera al massimo grado corrisponde ad una ascesa semantica - intesa qui non nel senso "tecnico-analitico" di passare da una proposizione del linguaggio oggetto a una del metalinguaggio, ma in senso quantitativo, per cui si assiste ad un aumento della quantità di verità nella significazione - dell'aggettivo vero, dalla diànoia delle copie alla nòesis dei sensibili.
Solo attraverso alcune tecniche preparatorie alla sua contemplazione, il
sole che illumina le cose fuori dalla caverna sarebbe alla fine riconosciuto
come la verità più alta, perché «è proprio
lui che produce le stagioni e gli anni e che governa tutte le cose che sono
nella regione visibile e che, in certo modo, è causa di tutte quelle
realtà che lui [il prigioniero] e i suoi compagni prima vedevano»
(Ibid., VII 516 B-C.).
La ricerca socratica del concetto, anche di quelli etici passa in più
brani attraverso la metafora dello sguardo:
Anche se sono molte [...], in tutte [le virtù] ha da esserci una sola forma per cui sono virtù, e su tale forma bisogna tenere gli occhi fissi, attentamente, perché la risposta alla domanda [che cos'è la virtù] [...] faccia esattamente comprendere che cos'è la virtù. (Platone, Menone, 72 C)
[...] nell'agire guarderete a ciò che è divino e luminoso. (Platone, Alcibiade I, 134 D)
Heidegger aveva dunque buon gioco a interpretare il mito alla luce del senso
etimologico di alétheia: nel processo di liberazione e di ascesa
del prigioniero si assiste al progressivo non-nascondersi dell'essere, fino
alla contemplazione diretta della verità somma.
Ma quanto fosse pericoloso fissare il sole senza un filtro è cosa che
i greci conoscevano bene. Nell'allegoria è, infatti, fondamentale il
richiamo all'interdipendenza tra cecità e illuminazione: sforzandosi
di uscire dall'errore (le ombre scambiate per le cose), il prigioniero, fissando
prima la luce del fuoco, poi le cose fuori dalla caverna illuminate dalla
luce solare, infine il sole stesso, prova un dolore agli occhi sempre crescente,
tanto che «non sarebbe più capace di vedere nemmeno una delle
cose che ora sono dette vere» (Platone, Repubblica,
VII 516 A).
Aristotele tradurrà in linguaggio scientifico questo fenomeno, sostenendo
che gli sbilanciamenti, sia in senso accrescitivo che diminutivo, dei sensibili
distruggono i sensori: «Infatti, se il movimento da cui è mosso
il sensorio è troppo forte, si distrugge la forma (e cioè la
sensazione)" perciò "[...] il senso è una specie di
medietà tra i contrari nei sensibili» (Aristotele,
De Anima, II 11, 424 a 5-9).
La cecità sopraggiunge, quindi, sia in mancanza di luce sia, all'opposto, in presenza di una luce troppo forte.