Davide Zanichelli - LO SGUARDO NEGATO - Luce e verità nel pensiero greco antico

LA DISTRAZIONE NECESSARIA

La punizione di Edipo è la conseguenza del tentativo di accedere con umane risorse a conoscenze che necessitano di interventi extra-umani, o, almeno, preparazioni specifiche che hanno lo scopo di salvaguardare la vista, four di metafora, la retta ragione.
Saranno necessarie alcune tecniche preparatorie alla contemplazione diretta delle cose illuminate dal sole e, per ultimo, del sole stesso. Nell'allegoria della caverna l'allenamento alla contemplazione del vero è descritto ancora in metafora:

Dovrebbe [il prigioniero], invece, io credo, farvi abitudine, per riuscire a vedere le cose che sono al di sopra. E dapprima potrà vedere più facilmente le ombre e, dopo queste, le immagini degli uomini e delle altre cose riflesse nelle acque e, da ultimo, le cose stesse. (Repubblica, VI, 508 C)

La conoscenza delle cause prime (noesis) - del Bene - racchiude in sé notevoli rischi, primo fra tutti quello della confusione e dell'inganno (la cecità dell'anima). Continuando a muoverci nella metafora platonica, comprendiamo quanto sia cercata e voluta la costruzione di quel ponte metaforico tra intelletto e vista che menzionavamo all'inizio:

[...] ciò che il Bene è nel mondo intelligibile rispetto all'intelletto e agli intelligibili, così è il sole nel visibile rispetto alla vista e ai visibili. (Fedone, 99 D-E)

Si realizza in questo modo un parallelismo perfetto tra i percorsi Sole-vista-veduto e Bene-intelletto-intelligibile. Ma come evitare il rischio di accecamento? Possiamo leggere un brano del Fedone come anticipazione di quanto abbiamo appreso nel mito della caverna. Parla Socrate:

Dopo questo, poiché ero stanco di indagare le cose, mi parve di dover stare ben attento che non mi capitasse quello che capita a coloro che osservano e studiano il sole quando c'è l'eclissi, perché alcuni si rovinano gli occhi, se non guardano la sua immagine rispecchiata nell'acqua, o in qualche altra cosa del genere. A questo pensai, ed ebbi paura che anche l'anima mia si accecasse completamente, guardando le cose con gli occhi e cercando di coglierle con ciascuno degli altri sensi. Perciò ritenni di dovermi rifugiare in certi postulati [lògoi] e considerare in questi la verità delle cose che sono (Fedone, 99 D-E)

Sulla difformità delle traduzioni di questo passo, ma soprattutto di quello successivo: "[...] io non ammetto di certo che chi considera le cose alla luce di questi postulati le consideri in immagini più di chi le considera nella realtà", ci sarebbe molto da discutere. La vastità del tema distrarrebbe, però, il senso della presente ricerca.

È, questo, il famoso brano che prelude alla "seconda navigazione" platonica, quella che, distaccandosi dall'indagine dei fisici ionici, traccia una rotta verso il mondo delle idee. Socrate evita l'accecamento riparandosi, rifugiandosi dietro i logoi (tradotti da Reale con postulati), evitando così un'esposizione diretta con il sensibile che potrebbe danneggiare il sensore.
Troviamo, in questa situazione di training iniziatico, un valido aggancio a quanto si sosteneva in precedenza sull'originaria valenza di conoscenza delle cause, verità e memoria. Vernant ritiene che non si possa conoscere con certezza l'allenamento mnemotecnico a cui erano sottoposti i cantori greci nelle confraternite di aedi in cui imparavano l'arte, tuttavia sono noti i riti iniziatici dei bardi gallesi e dei fili irlandesi: «L'insegnamento era impartito dal maestro in luoghi di ritiro e di silenzio. L'allievo veniva addestrato all'arte della composizione in camere basse, senza finestre, in piena oscurità» (Vernant ; 97). Non va dimenticato che il topos del cantore di gesta eroiche del passato è costante anche nella tradizione celtica con la caratteristica della cecità.
Per giungere alla conoscenza delle cause, alla narrazione del principio, l'aedo e l'indovino rinunciano alla vista, Socrate sposta lo sguardo, inaugurando quel processo logico che conosciamo come dialettica platonica. Poco dopo la narrazione del rifugio nei logoi Platone enuncia il suo metodo:

[...] io mi sono avviato in questa direzione e, di volta in volta, prendendo per base quel postualato [logos] che mi sembra più solido, giudico vero ciò che concorda con esso, sia rispetto alle cause sia rispetto alle altre cose, e ciò che non concorda giudico non vero. (Fedone, 100 A)

Linda Napolitano riassume bene questo passaggio: «È allora la dialettica l'omologo razionale della diversione sulle copie dei sensibili attuata dal prigioniero appena fuori della caverna e della preparazione rituale alla mania poetica e divinatoria. [...] La dialettica, metodo articolato, innanzitutto riporta all'unità della causa essenziale i molti sensibili simili o aventi il medesimo nome, fornendo una risposta positiva al "che cos'è" socratico; inoltre risale alle idee più generali e al fondamento di tutte, l'Uno-Bene; stabilisce, poi, i rapporti significanti tra le idee, definendone i fondamenti. Infine delinea una mappa dell'iperuranio, facendo perno sulle divaricazioni volta volta rilevabili fra idee opposte tramite la metodica discensiva (diaíresis)». (Napolitano 1995; 30)

[...] ci sono due forme di procedimento, di cui non sarebbe spiacevole se qualcuno fosse in grado di cogliere con arte la loro potenza

[...]
La prima forma di procedimento consiste nel ricondurre a un'unica Idea, cogliendo con uno sguardo d'insieme le cose disperse in molteplici modi, allo scopo di chiarire, definendo ciascuna cosa intorno alla quale di volta in volta si voglia insegnare.

[...]
[l'altra...] consiste, in senso opposto, nel saper dividere secondo le Idee, in base alle articolazioni che hanno per natura, e cercare di non spezzare nessuna parte, come invece suole fare un cattivo scalco. (Fedro, 265 D - E)
[...] si deve ragionare in questo modo sulla natura di una qualsiasi cosa [...] Prima di tutto bisogna vedere se è semplice o se include più forme di ciò di cui vogliamo possedere l'arte e vogliamo essere capaci di essere tali anche altri. Poi, qualora sia semplice, bisogna esaminare la sua potenza, vale a dire quale sia la sua potenza di agire e su che cosa, e quale sia la sua potenza di patire e da che cosa. E se, invece, ha molteplici forme, bisogna vedere per ciascuna di esse quello che si vede quando è un'unità, ossia per che cosa possa per natura agire essa stessa, o per quale parte, e da che cosa. (Ibid., 270 C - D)

Il metodo dialettico che governa l'accesso al mondo ideale si salda qui alla tecnica metretica individuata nel Protagora come soluzione al problema della scelta pratica: la dialettica è arte del misur are che stabilisce il numero di idee contenute in ciascuna, determinando in tal modo l'intera struttura della realtà.
Socrate ponendo la domanda quidditativa (che cosa è [il coraggio, la santità ...]?) riguardante la noesis delle cause (cose) e il modo per riuscire a trovarne risposta senza ingannarsi viene indicato, esplicitamente da Platone, in questo metodo ipotetico:

Se, poi, qualcuno volesse appigliarsi al postulato medesimo, lo lasceresti parlare e non gli risponderesti fino a che tu non avessi considerato tutte le conseguenze che da esso derivano, per vedere se esse concordano o non concordano fra di loro. E quando poi dovessi rendere conto del postulato medesimo, tu dovresti darne ragione procedendo alla stessa maniera, cioè ponendo un ulteriore postulato, quello che ti sembri il migliore fra quelli che sono più elevati, via via fino a che tu non pervenissi a qualcosa di adeguato. (Ibid., 101 D)

Dunque la distrazione, lo spostamento dello sguardo diviene condizione necessaria all'ascesa noetica che è ascesa del logos, in mancanza di una impossibile ascesa visiva. Qui accade l'evento capitale per la metafisica, l'etica e l'epistemologia occidentali: lo spazio logico prende il posto di quello ontologico pur riconoscendone la differenza, l'eterogeneità, lo scarto.
Di questa differenza costitutiva della possibilità del dire e dell'essere originale, si è fatto interprete Jaques Derrida, chiarendo - anche se quando si parla degli scritti del filosofo francese questa parola è senz'altro una cortesia - questo punto cruciale in maniera estremamente profonda.

Nel suo volume La farmacia di Platone Derrida conduce un'indagine, non priva di qualche lacuna (non compare, ad esempio, alcun riferimento alla Lettera VII, dove l'atteggiamento platonico nei confronti della scrittura non è di totale condanna), sulla critica platonica alla scrittura. La tesi sostenuta vuole che la condanna della scrittura nel Fedro non sia univoca: da una parte la scrittura (morta) sostituendosi alla voce (viva) falsifica il discorso filosofico; dall'altra emerge una doppia natura della scrittura (pharmakon: veleno e cura). La metafisica muore quando la si scrive (non coincideranno mai significante e significato), ma scrivendo la si rende perenne. La scrittura si pone, dunque, contemporaneamente come tradimento della presenza e come traccia mnestica della presenza.
Sia logos sia semeion sono in quanto non sono l'origine, funzionano solo in assenza dell'origine, così come i logoi sono solo per l'impossibilità della contemplazione diretta della luce solare.
Il logos come discorso sull'essere non è l'essere, ma, attraverso il nome, si dà un senso di supplente e la funzione della ripetizione.
Si origina così una dinamica differenziale: la scrittura, come insieme di tracce in cui ogni singolo elemento è definito dalla differenza rispetto agli altri. Logos e scrittura sono entrambi figli (fratelli?) di una origine assente: orfani. Il logos è l'avvenimento della differenza.

La dialettica supplisce la noesis impossibile, l'intuizione proibita della faccia del padre (bene-sole-capitale). Il ritiro della faccia apre e limita al tempo stesso l'esercizio della dialettica. [...] La sparizione della faccia è il movimento della dif-ferenza che apre violentemente la scrittura o, se si vuole, che si apre alla scrittura e che la scrittura si apre.
Home | Luce, memoria, verità | Memoria e sapienza | Troppa luce: Edipo e Tiresia | La distrazione necessaria | Bibliografia e sitografia essenziali | Mappa concettuale del sito